RICORDANDO IL TERREMOTO DEL ‘68 - La valle del Belìce fra passato, presente e futuro
 
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    IS Einaudi Pareto Attualità 09/12/2018 09/12

    RICORDANDO IL TERREMOTO DEL ‘68

    La valle del Belìce fra passato, presente e futuro

    Tra il 14 e il 15 Gennaio del 1968 una vasta area della Sicilia occidentale fu colpita da un forte terremoto con epicentro nella zona della valle del Belìce.

    Le prime scosse furono avvertite nel primo pomeriggio del 14: la terra tremò più volte, causando i primi danni in diversi Comuni.

    In seguito a ciò, molta gente fu presa dal panico e decise di dormire all’aperto, nelle campagne circostanti. La decisione si rivelò più che opportuna: in piena notte si verificarono numerose scosse, la più violenta delle quali, di magnitudo 6,4, rase al suolo i comuni di Gibellina, Salaparuta e Montevago, e provocò gravissimi danni a Partanna, Poggioreale e Santa Margherita Belice – compresi nei territori delle province di Trapani ed Agrigento – provocando numerosi lutti nella popolazione. Stime attendibili dell’epoca parlano di circa 400 morti, oltre 1000 feriti e intorno a 90.000 sfollati.

    Alcuni centri, pur se gravemente danneggiati, nei decenni successivi vennero risanati, conservando la loro ubicazione. Ma molti dovettero essere ricostruiti interamente, in nuovi siti distanti chilometri da quelli vecchi.

    È quel che accadde ai comuni di Poggioreale e Gibellina. I vecchi centri, tuttavia, usciti in modo diverso dal terremoto, subirono sorti altrettanto diverse.

    Poggioreale vecchia, pur essendo rimasta in piedi in molte costruzioni, non era più ritenuta sicura e venne abbandonata così com’era. Oggi è definita "città fantasma": le sue vecchie rovine sono rimaste lì, come a testimoniare l’irruenza della natura e la sua beffarda violenza, che mise a nudo tutti i limiti dell’uomo, a cominciare dalle case costruite con materiali scadenti e poco resistenti. Aperta alle visite per tanti anni, più volte scelta come set cinematografico  (Malena, L’uomo delle stelle, La piovra), essa è oggi chiusa al pubblico per rischio di crolli.

    Diverso il caso di Gibellina: essa era stata completamente distrutta dal sisma, giocoforza abbandonata e ricostruita con l'apporto di famosi architetti ed artisti dell'epoca, che la arricchirono di moderne opere architettoniche e scultoree. Le rovine del vecchio centro sono diventate un’enorme scultura a cielo aperto, opera del perugino Alberto Burri (1915-1995). Egli, infatti, piuttosto che intervenire a Gibellina Nuova volle coprire le macerie del paese distrutto, mantenendone l’impianto urbanistico, con un’immensa colata di cemento bianco (in foto). La costruzione del Grande Cretto, esempio unico al mondo di land art, iniziata nel 1985 ed interrotta dopo quattro anni, ebbe termine solo nel 2015, grazie all’impegno della Regione siciliana, del Comune di Gibellina e della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri. Il Cretto di Burri è stato più volte scelto quale scenografia e palcoscenico di rappresentazioni teatrali facenti capo alle Orestiadi di Gibellina, festival internazionale di teatro, musica, cinema e varie altre iniziative artistiche e culturali, che si svolge ormai dal 1981 con lo scopo di dare una rinascita culturale al territorio colpito dal sisma.

    Quest’anno cade il 50-mo anniversario di quei terribili avvenimenti, che lasciarono segni indelebili sulla pelle e nella memoria di chi ebbe la fortuna di uscirne indenne e subì, a parte la privazione dell’affetto dei propri cari e della solidarietà sociale che caratterizzava quelle comunità, gli stenti – dormendo all’addiaccio per notti e notti, sperimentando la carenza di beni di prima necessità – dei giorni immediatamente successivi all’evento; i soccorsi, infatti, tardarono ad arrivare in quanto il sisma aveva anche interrotto i collegamenti fra la zona colpita e il territorio circostante.

    I disagi si protrassero negli anni successivi: la ricostruzione fu – e rimane, in quanto tuttora c’è ancora tanto da fare – decisamente lenta e farraginosa. Ancora oggi, infatti, in alcuni dei Comuni maggiormente colpiti c’è gente che risiede o villeggia in quelle stesse baracche (fabbricate facendo largo uso del famigerato eternit) che allora vennero approntate in fretta e furia per dare riparo alle decine di migliaia di sfollati. Ciò dice molto della miseria, dell’incuria e dell’ignoranza in cui intere popolazioni – gli strati sociali più deboli ed indigenti –  sono state lasciate. Non stupisce allora che parecchi abitanti abbiano trovato nell’emigrazione la loro unica via di fuga dal degrado. Emblematico ci appare il caso di Poggioreale: nel ‘68 contava quasi 4000 abitanti, oggi ne rimangono appena 1500, a causa della “fuga”, mai cessata, delle giovani generazioni. Esiste, invero, una nutrita colonia australiana di ex poggiorealesi (le prime emigrazioni in Australia risalgono agli anni ’50), il cui attaccamento alla terra natale li spinge a dare un contributo non indifferente alla rinascita (sempre auspicata) del paese: l’Associazione “S. Antonio da Padova”, con sede a Sidney, manda all’amministrazione aiuti economici con l’intento di dare impulso al rilancio del paese attraverso il risanamento e la valorizzazione del vecchio insediamento, da far diventare una nuova Pompei, che funga da volano per uno sviluppo turistico, economico ed occupazionale. Anche grazie a tali donazioni, in particolare, si lavora al progetto del recupero dell’antica Chiesa Madre, mentre è già stato recuperato Palazzo Agosta, che ospita reperti dell’epoca sottratti alle rovine dai giovani poggiorealesi.  

    In occasione del cinquantenario dell’evento sismico, il Coordinamento dei Sindaci dei Comuni belicini ha predisposto ed attuato nel corso del 2018 un ricco programma ufficiale la cui inaugurazione, svoltasi a Partanna (TP) il 14 gennaio, ha visto la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

    Tante sono state le iniziative – prevalentemente concentrate nei paesi belicini – che hanno ricordato i tragici fatti del ’68. Farne l’elenco sarebbe impegnativo, lungo e tedioso, e non rientrerebbe peraltro fra i nostri scopi. Ci limiteremo a ricordarne alcune fra le più significative. A Sambuca di Sicilia (AG), ad esempio, dopo l'inaugurazione del Museo d'Arte sacra nella seicentesca Chiesa del Purgatorio, finalmente restaurata, il noto attore Alessandro Preziosi si è esibito sul palcoscenico del Teatro Comunale –  costruito nel 1848 e uscito miracolosamente indenne dalla furia del sisma – nella lettura di una selezione di brani, accompagnato dalle note di sottofondo delle musiche di Lello Analfino. A parte le fiaccolate, la celebrazione di messe a suffragio delle vittime, l’inaugurazione di steli commemorative, la tragedia del terremoto è rivissuta anche attraverso numerosi spettacoli teatrali, produzioni audiovisive e mostre fotografiche, la prima delle quali è stata inaugurata il 12 gennaio a Chiusa Sclafani. Il 27 gennaio a Palermo, nello storico Palazzo Sant'Elia, si è inaugurata una mostra fotografica sulla storia di Gibellina dalla distruzione alla costruzione della città nuova, dal titolo “Pausa sismica. 1968/2018 Cinquant’anni dal terremoto del Belìce. Vicende e visioni”, organizzata dalla Fondazione Orestiadi di Gibellina. La stessa che ha allestito nel Cretto di Burri, per la prima volta dopo il suo completamento, lo spettacolo “La città invisibile, il Cretto”, interpretato, fra gli altri, da Leo Gullotta e Claudio Gioè.

    Infine, ad ottobre molti siti della Valle del Belìce sono stati inseriti nella manifestazione "Le Vie dei Tesori", un Festival culturale che dal 2008, grazie all’idea di un gruppo di giornalisti ed operatori culturali, rende fruibili, accanto ai luoghi d'arte più prestigiosi della nostra regione, anche quelli, sempre più numerosi, che non fanno parte dei tradizionali itinerari turistici, nell’ottica della valorizzazione del territorio nelle sue mille sfaccettature.

    Non solo commemorazione, quindi, ma anche spinta allo sviluppo economico, turistico e culturale le parole-chiave che hanno caratterizzato tale appuntamento, per fare del ricordo della tragedia un’occasione di rinascita per l’intera zona belicina.

                                                                                                                                                 

     

    di Giovanni Ustica - Docente


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