LA POVERTA’ AI TEMPI DEL CORONAVIRUS - Too little, too late?
 
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    LA POVERTA’ AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

    Too little, too late?

    Cammino per le strade di Palermo, ormai quasi deserte; sto tornando a casa dopo una breve fermata in farmacia.

    La mia città è spettrale, quasi non la riconosco, forse perché non mi riconosco. Ma i veri spettri sono loro, quelli che continuano a vagare per le vie deserte, vuote, che si guardano intorno cercando uno sguardo amico, di sentire almeno una parola di conforto.

    Loro sono i poveri, i senza dimora, gli ultimi; quelli, che oggi, in questa apocalittica emergenza sanitaria, sono ancora più ultimi. Hanno le nostre stesse paure, le nostre stesse fragilità; vivono anche loro la solitudine di questi tempi. Ma a differenza della nostra, fatta di tanti modi anche dolorosi, inaspettati e nuovi, la loro è la solitudine di chi è rimasto “chiuso fuori”.

    Le organizzazioni, le associazioni, i volontari e gli operatori del terzo settore provano a riorganizzarsi per evitare che i circa 55.000 senzatetto in Italia restino senza aiuto. Ma ci sono tante limitazioni da rispettare; le mense devono mantenere le distanze di sicurezza, molti dormitori scelgono di accogliere soltanto gli ospiti consueti e già registrati e la distribuzione dei vestiti si è quasi del tutto interrotta. Chi ha i sintomi del COVID 19 dovrebbe stare a casa, in quarantena, rivolgersi al proprio medico; ma per stare a casa, bisogna averne una. Questo pezzo di Italia non lo racconta nessuno; questo pezzo, come le persone che lo compongono, sono completamente tagliate fiori dal racconto collettivo.

    Anche loro, i senzatetto, sono le vittime del coronavirus.

    Proprio per questo motivo sono aumentate le richieste di aiuto alle Istituzioni perché solo con interventi importanti e donazioni le strutture di accoglienza potranno continuare a svolgere la loro preziosa opera. Al grido “#vorreirestareacasa, ma qual è la mia casa?” si impone una risposta forte, per continuare ad erogare i servizi consueti se non, addirittura, provare ad amplificarli; se i centri di accoglienza chiudessero, più di 50.000 persone nel nostro Paese finirebbero in strada. E sarebbero anche un potenziale veicolo di contagio. Si amplifica anche l’appello alle Istituzioni da parte di tante associazioni, tra cui “Avvocato di strada”, che fa luce su una situazione paradossale nella quale si trovano migliaia di clochard in giro per le città italiane, multati per violazione del Decreto del Presidente del Consiglio, multati perché in strada senza un motivo. Come in tutto in nostro Paese, anche qui si combatte una guerra, si naviga correggendo ogni giorno la rotta, cercando di non imbarcare troppa acqua. Chi è dentro una struttura, può contare sugli operatori e i volontari; chi è rimasto fuori cerca di non naufragare.

    C’è molto silenzio adesso per le strade, arriva la sera. Ed il buio che avvolge e nasconde tutto; ma attendiamo, fiduciosi, una nuova alba.

     

    di  Prof.ssa Alessandramarina Dia

     IS Einaudi-Pareto


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